«Anche di notte il mio cuore m’istruisce» (Sal 16,7) Riflessione, alla vigilia del mio 20° anniversario di sacerdozio, sulla «prudenza» e la «franchezza» nell’esercizio del ministero sacerdotale in questo tempo.

28 Aprile 2020

In questi giorni del tempo di Pasqua, meditando sul discorso di Pietro nel giorno di Pentecoste (At 2,14s.), mi sono soffermato a pregare con il salmo 16 (15), citato dall’apostolo per annunciare la risurrezione Gesù. Il terzo giorno dopo la morte si compie questa profezia in cui il salmista custodisce le cuore la speranza che Dio non lo abbandonerà nel sepolcro ma gli indicherà la via della vita. L’orante confida nel Signore che lo conforta anche nella notte quando, nel silenzio del riposo, ascolta il suo cuore. Un detto popolare recita che «la notte porta consiglio»; è così! Perché nel silenzio della notte più favorevole è la condizione per ascoltare. 

Prima di parlare bisogna ascoltare e prima di ascoltare bisogna fare silenzio, è necessario creare vuoto dentro di sé. Per ascoltare, prima di parlare, bisogna deporre le armi, togliersi i sandali, spogliarsi dell’armatura delle proprie idee. Anche Gesù prima di lavare i piedi ai discepoli e parlare loro con quel gesto, silenziosamente eloquente, ha deposto le vesti, cioè si è spogliato, per così dire, della sua autorità. Togliendosi le vesti non le ha gettate, tant’è che le ha riprese in seguito. L’insegnamento più efficace – che quasi sempre è destinato a non essere compreso immediatamente – è quello che è preceduto dal silenzio. 

Rileggendo il salmo 16 mi sono interrogato sul mio modo di comunicare e ho cercato di fare esercizio di silenzio per ascoltarmi e ascoltare. Mi sono reso conto che, per quanto sia allenato alla riflessione e alla meditazione, devo fare i conti con l’istintività che fa dire parole magari anche esatte, ma non vere, cioè edificanti. L’istintività e l’impulsività non permette di fare spazio dentro di sé per allargare il proprio orizzonte e accogliere le ragioni dell’altro soprattutto di chi sembra non accettare le nostre. È facile cadere nello stesso errore che stigmatizziamo in chi non ci ascolta, o sembra che non lo faccia.

Come moltissimi italiani, anche io domenica ho ascoltato il Presidente Conte e ho letto la nota dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della CEI. Dico subito i limiti che ho colto, non immediatamente, ma riflettendoci. Credo che la risposta della CEI, e le dichiarazioni di alcuni altri, nei giorni immediatamente successivi, siano stati dettati dall’impulsività, anche se in buona fede; penso anche che la conferenza stampa del Presidente abbia difettato nella comunicazione per quello che riguarda l’indicazione dei tempi. A mio avviso sarebbe stata opportuno spendere qualche parola sulle motivazioni che giustificano la gradualità della ripresa. Tuttavia, a ben vedere, al di là delle interpretazioni complottiste e del pregiudizio dei lamentatori seriali a cui non sta bene nulla, le due comunicazioni contengono delle ragioni che non sono in contrasto tra loro, anzi, sono complementari. Da una parte l’avere a cuore la salute e la vita di tutti gli Italiani porta ad intraprendere la strada del ritorno alla normalità a piccoli passi perché si procede come immersi nella nebbia. Dall’altra si recepisce e si fa nota un desiderio, sempre più diffuso, di poter vivere la vita sacramentale in maniera regolare. La notte avrebbe portato consiglio nella replica della CEI alla conferenza del premier, mettendo in conto di doversi sorbire il giorno dopo le solite geremiadi. 

La notte porta consiglio nella misura in cui il silenzio ci fa ascoltare le ragioni dell’altro. Ma il silenzio aiuta anche ad ascoltare noi stessi e a discernere se le ragioni che portiamo dentro vengono tutte “dal cuore” o c’è qualcosa che viene “dalla pancia”.

Come pastore di una porzione del popolo di Dio sono in ascolto della gente e accolgo la sofferenza di non poter celebrare insieme la Santa Messa. Tuttavia, la dimensione profetica del ministero pastorale esige una scelta ponderata del linguaggio perché da esso dipende quale ragionamento prevale: le ragioni nobili del cuore oppure quelle meno nobili della pancia. Gesù stesso lo dice alla folla: «Voi mi cercate non perché avete visto i segni, ma perché avete mangiato i pani e vi siete saziati» (Gv 6,26). 

Come pastore mi interrogo in che modo ascolto la gente e con essa condivido la necessità di discernere dentro di me le ragioni del mio ministero. Mi torna in mente l’episodio del peccato di Aronne che assecondò la richiesta del popolo di avere un dio che camminasse alla loro testa perché di Mosè si erano perse le tracce. Il popolo rivendica il diritto ad avere una guida, come se, venendo a mancare il profeta, segno visibile di Dio, essi si sentano più poveri. Si arriva a farsi un dio, il vitello d’oro. «Mosè vide che il popolo non aveva più un freno, perché Aronne gli aveva tolto ogni freno» (Es 32, 25). Aronne, omettendo l’opportuno silenzio, non ha fatto il necessario discernimento sulle motivazioni richiesta proveniente dal popolo che pure esprimeva un’esigenza legittima, come quella di avere sicurezze e soluzioni. 

Il silenzio ci fa discernere tra le speranze e le pretese e riconoscere le rispettive origini. Il linguaggio rivela se parliamo con speranza o con paura. C’è chi accusa la Chiesa di essere irresponsabile, di non difendere i suoi diritti, di non tutelare le sue prerogative, di tradire la sua missione e chi paventa una dittatura, accusa le autorità pubbliche di prevaricazioni, generalizza singole occasioni nelle quali si è andati oltre la lettera della norma o in senso più restrittivo o in quello opposto. Non di rado si assiste sui social allo scambio di battute feroci proprio nel momento in cui dovremmo avere maggiormente a cuore non l’interesse di parte ma il bene comune. 

L’esortazione di Pietro mi pare illuminante ed è rivolta soprattutto a coloro che si sentono vittimizzati dalla lentezza con la quale si sta attuando la fase 2: «Chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? … Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori (così da essere) pronti sempre a rispondere a Chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia, questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza» (1Pt 3,15-16). Il linguaggio del rispetto (usato soprattutto con chi sembra non averlo nei nostri confronti) è l’unico veramente vincente e convincente. Questa è «l’obbedienza a Dio, piuttosto che agli uomini» di cui parla Pietro interloquendo con le autorità del Sinedrio (At 4,20). Essi, in obbedienza a Dio, non possono tacere ma devono testimoniare quanto visto e ascoltato (At 4,21). Tuttavia, non si deve confondere l’annuncio del vangelo con la rivendicazione di diritti, altrimenti si cede alla prima tentazione a cui fu sottoposto Gesù: usare la parola per ottenere qualcosa per sé («dì che queste pietre diventino pane»). La tentazione di cadere nell’abuso di potere è molto forte. Solo la preghiera «nel segreto» (Mt 6,6) può liberarci da questo demonio che ci rende muti (Mc 9,17).

Questo tempo di digiuno ci aiuti a purificare le ragioni sulle quali poggiamo la nostra fede e la sua pratica. È il tempo del guardare avanti e riprogrammare la vita rimodulando priorità, linguaggio, ritmi, non solamente sulle nostre esigenze ma sul bene di tutti, dei più piccoli soprattutto. Guai a noi se sciuperemo questo tempo di grazia lamentandoci, rivendicando come diritto quello che è un dono, che nessuno ci può togliere, ma che noi possiamo correre il rischio di non riconoscere e di scartare.