Il potere salvifico della preghiera – Lunedì della VII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

24 Febbraio 2020

Lunedì della VII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

Giac 3,13-18   Sal 18  

+ Dal Vangelo secondo Marco (Mc 9,14-29)

Credo, Signore; aiuta la mia incredulità

In quel tempo, [Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni, scesero dal monte] e arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro. 

E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono. 

Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia; anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!». 

Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». Gridando, e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi.

Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».

Il potere salvifico della preghiera

Sceso Gesù con tre dei dodici apostoli dal monte sul quale era avvenuta la trasfigurazione, s’imbattono nella discussione che i discepoli, rimasti a valle, stanno avendo con gli scribi. Gesù s’inserisce nella disputa chiedendone il motivo. Qui entra in scena un uomo che, credendo di trovare Gesù, si era rivolto ai suoi discepoli per guarire suo figlio posseduto, a suo dire, da uno spirito impuro. Essi però non erano riusciti a liberarlo. Probabilmente essi avevano tentato di cacciare il demonio senza aspettare l’arrivo di Gesù che li apostrofa come generazione incredula. Anche il papà del ragazzo riconosce la sua incredulità. 

La poca fede ha due aspetti, uno manifesto nell’atteggiamento presuntuoso e autoreferenziale dei discepoli che hanno troppa sicurezza di sé e agiscono in maniera autonoma, ma con scarsi risultati; l’altro aspetto dell’incredulità emerge dalle parole rivolte dall’uomo a Gesù: «se tu puoi … aiutaci» in cui si rivela una scarsa fiducia di sé e un profondo senso di impotenza nell’affrontare il problema e salvare suo figlio. 

La risposta di Gesù indica nella fede la potenza che salva. Chi crede può tutto! L’uomo ha compreso che deve partire dal credere maggiormente in sé stesso accettando di essere padre anche quando si sente impotente davanti alla sofferenza del figlio. La preghiera non è un atto di delega perché Dio intervenga allorquando siamo incapaci di risolvere i problemi. Al contrario, è innanzitutto una confessione di fede e una professione di umiltà. Non basta avere consapevolezza dei propri limiti ma è necessario farsi poveri, mendicanti dell’aiuto di Dio.

La preghiera, quale espressione della fede, da una parte fa riconoscere la propria povertà dall’altra crea lo spazio interiore perché Dio possa agire in e attraverso di noi. 

Il potere appartiene a Dio, solo Lui può salvare da ciò che ci rende schiavi e ci fa rischiare di morire. Tuttavia, Dio associa alla sua opera ogni credente che celebra la liturgia. Se essa è ridotta a devozione personale o a sterile ritualismo facciamo scadere i riti liturgici in gesti magici che non sortiscono nessun effetto se non quello di scoraggiarci davanti alla sofferenza. 

Riscopriamo la preghiera quale esperienza di dialogo con Dio nel quale riponiamo la nostra fiducia e dal quale traiamo la forza per amare i nostri fratelli. Essi infatti non sono le cavie su cui esercitarsi per misurare le proprie forze ma i destinatari della condivisione dell’amore attinto al cuore di Dio. Abbiamo bisogno di riscoprire la bellezza dei piccoli ma importanti riti familiari attraverso i quali permettiamo a Dio di entrare nelle nostre case e sanare le nostre relazioni. Così gusteremo e vivremo con frutto anche la liturgia che celebriamo nella comunità la domenica in cui Gesù ci prende per mano e ci risolleva dai nostri peccati affinché possiamo gustare la vera libertà dei figli di Dio nell’amore fraterno.  

Auguro a tutti una serena giornata e vi benedico di cuore!